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Un bimbo di 4 anni chiama il 113 per consegnare i suoi “ciucci”:

” Ora sono grande!”

 

«Pronto? Mi chiamo Marco. Volevo darvi i miei ciucci perché sto diventando grande, ho quasi 4 anni». Telefonata insolita ricevuta dalla questura di Taranto, che credendo inizialmente si trattasse di uno scherzo hanno finito invece per chiamarla: “Operazione Ciucci”. Il piccolo Marco, stanco di essere ripreso dalla mamma per utilizzare i suoi ciucci, aveva deciso di “patteggiare”: alla vigilia del quarto compleanno ha detto ai genitori che avrebbe consegnato i suoi amati “ciucciotti”, ma solo alla polizia. Dopo aver chiamato il 113, la dirigente della questura Carla Durante ha inviato i suoi agenti alla festa di compleanno per ritirare il sacchetto con i ciucci: e così è accaduto! Promettendo di non utilizzarli più in futuro, il piccolo Marco ha  ricevuto un berrettino della Polizia.

Ancora una volta la Rete entra in azione nel mezzo di una tragedia collettiva. Il sisma è stato raccontato in tempo reale da un dj del posto grazie a Skype.

Il nuovo film di Paolo Virzì sull’ amore materno.

Estate 1971, elezione di miss Pancaldi, evento clou della stagione estiva livornese celebrato nel suo stabilimento balneare più noto. Parte da qui la storia familiare del film La prima cosa bella, che uscirà nelle sale italiane il prossimo 15 gennaio e che il regista livornese Paolo Virzì ha girato  interamente nella sua città, 13 anni dopo Ovosodo. Vedrà tra i protagonisti Stefania Sandrelli, Micaela Ramazzotti, Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi insieme a tanti attori livornesi più e meno noti. «Più che un film autobiografico – dice il regista – è un film viscerale, che racconta il mio legame viscerale con la città dalla quale cerco di scappare, senza riuscirci, da 25 anni. Un inno a Livorno, ma anche un’invettiva contro la città, che mette insieme le cose che amo di più e quelle che detesto». La forza espressiva della Livorno «fieramente plebea», ma anche «certa grettezza mentale, certe chiusure» che, secondo Virzì, «oggi alimentano una sorta di scontro generazionale tra chi vuole perpetuare la città, vivace e vitale, e chi vorrebbe invece trasformarla in un condominio per pensionati». Livorno sarà l’anima del film,ma non sarà un’anima stucchevole: «Non ho in testa una cartolina – spiega Virzì -, piuttosto vorrei farla piacere anche attraverso i suoi difetti». 

Paolo Virzì racconta in un’ intervista la sua ultima creazione cinematografica.

Prendete posto e preparatevi a vivere due ore da re. Dove? Naturalmente al cinema. Ma un cinema di prima classe, dove mancheranno solo scettro e corona per diventare padroni del regno. Il cinema di lusso in Australia è una moda ormai consolidata da dieci anni. E così, si sta espandendo anche negli Stati Uniti alla faccia della crisi economica che attanaglia il Paese.

Il visitatore, in questi locali, è seduto su comodissime e spaziose poltrone con poggiagambe reclinabile, mentre è servito e riverito da personale selezionato. Inoltre al posto del tradizionale binomio: Coca cola e popcorn, il cliente puo accompagnare la visione del film con caviale e Champagne. I barman accorrono col drink: basta premere un pulsante posto sui braccioli. Il cinema di classe ha però il suo costo: 50 dollari per una bottiglia di spumante, 19 per un sandwich con la bistecca e 29 dollari per il biglietto d’ingresso.  Graham Burke, a capo della catena Village  Roadshow – già apprezzata in Australia – ha deciso di far fortuna esportande la novità anche negli Usa. Nei suoi cinema è convinto che la formula delle sale Gold Class funzioni: “I tempi di cinema affollatissimi, invasi da sudiciume dopo ogni proiezione, sono passati. Gold Class è l’ esatto contrario: il visitatore viene trattato come un re”.

Le ragazze della Lumsa ci spiegano com’è semplice installare il digitale terrestre!

NewsCube: Tre occhi sulla capitale!

Jacques Diouf: “Al mondo un miliardo di sottonutriti, inaccettabile. Per solidarietà, ognuno digiuni sabato o domenica”

Qual è il modo più giusto per poter sensibilizzare l’ opinione pubblica ai problemi della fame e della malnutrizione del mondo? Una domanda alquanto difficile per poter dare una risposta immediata.  I mass media sembrano non più preoccuparsi al sottosviluppo. Ignorano  malattie evitabili, acqua insufficiente, analfabetizzazione, povertà incolmabile. Eppure, oggi un sesto della popolazione mondiale soffre ancora la fame e questi numeri sono purtroppo destinati a crescere.  L’aumento dei prezzi degli alimenti e la recessione economica dovuti all’attuale crisi mondiale sta aggravando la già precaria situazione delle popolazioni più povere del mondo, ma sta cominciando a produrre effetti anche nei paesi ormai industrializzati e sviluppati. Secondo le ultime stime ONU, la popolazione mondiale aumenterà dagli attuali 6,8 miliardi a 9,1 miliardi nel 2050 – un terzo in più di bocche da sfamare rispetto ad oggi. Tale crescita della popolazione avverrà quasi per intero nei Paesi in via di sviluppo. Si prevede che la popolazione dell’Africa sub-sahariana crescerà più velocemente (una crescita del 108%, pari a 910 milioni di persone in più), mentre in Asia orientale e sud-orientale crescerà più lentamente (una crescita dell’11%, pari a 228 milioni di persone in più). Nel 2050, circa il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città e nelle aree urbane, rispetto all’attuale 49%. Bisogna produrre il 70% di cibo in più per i 2,3 miliardi in più di persone che ci saranno nel 2050, al tempo stesso combattendo i problemi della povertà e della fame, usando in maniera più efficiente le scarse risorse naturali e adattandosi al cambiamento climatico. Cifre sconcertanti che non dovrebbero essere sottovalutate né dai media né dai governi, i quali devono invece predisporre politiche pubbliche che garantiscano il sostentamento dei paesi più poveri anche in tempi di crisi, soprattutto con aiuti all’agricoltura. Un’ adeguata risposta alla enigmatica domanda sulla sensibilizzazione, è stata data proprio ieri dalla Fao, che ha lanciato un appello per uno sciopero della fame di un giorno contro la fame.  “Proponiamo a chiunque nel mondo voglia manifestare solidarietà con il miliardo di persone sottonutrite, di fare uno sciopero della fame, sabato 14 o domenica 15 Novembre” – ha dichiarato il direttore generale della Fao – “Io personalmente inizierò lo sciopero della fame di 24 ore sabato mattina”. Un gesto encomiabile ed esemplare di grande partecipazione. “Nel mondo ci sono ormai un miliardo di persone che vivono in condizioni di sottoalimentazione e ogni sei secondi muore un bambino – ha detto Jacques Diouf – noi siamo a Roma perché vogliamo creare le opportunità per aggredire il più fondamentale dei problemi per il genere umano: la fame”. Per dare maggiore risalto a questa iniziativa Diouf ha trascorso la notte scorsa nell’atrio della sede della Fao a Roma, su un materasso di gommapiuma come atto dimostrativo “per spronare i governi a fare di più per contrastare la fame nel mondo”  – ha lanciato un appello –  “a tutti gli uomini di buona volontà ad aderire allo sciopero della fame”. Si è unito a questo gesto clamoroso anche il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Insieme vogliono sollecitare un’ azione immediata e in solidarietà con il miliardo di uomini e donne che soffrono di malnutrizione, sperando inoltre di attirare l’ attenzione alla vigilia dell’apertura del vertice della Fao. Diouf ha anche lanciato una petizione contro la fame cronica online (www.1billionhungry.org/home/it/). “Chiedo che il maggior numero di persone possibile firmi la nostra petizione”  – ha detto –  “Ogni clic servirà come un altro motivo, in aggiunta al miliardo che già abbiamo, per porre fine alla fame. Ogni clic servirà anche come sprone ai leader mondiali per passare dalle parole ai fatti”. Sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dell’ alimentazione non è stato mai facile, né per i media, né per la Fao, né per associazione di tipo umanitario. Un grave problema che deve essere risolto e che deve avere l’ attenzione di tutti indistintamente. Un modo giusto potrebbe essere proprio questo “sciopero della fame contro la fame”, simbolo di solidarietà e soprattutto di coscienza.

E’ un grido di dolore quello di Roberto Saviano . Ed è un atto di accusa a chi finge di non vedere, di non sapere. Un concentrato di orrori e delirio, di brutalità ed affarismo illegale da far accapponare la pelle. Quella di Saviano  è un’Italia che va ,quasi sempre a gonfie vele, in un fazzoletto di territorio che si chiama Campania.  Descritta dall’ autore come una regione ricca, che si nutre di aragoste e champagne, abita ville sfarzose edificate tra i labirinti di cemento illegale , ville con pareti mobili, piscine faraoniche e architetture ricalcate sui film hollywoodiane come Scarface. Un mondo surreale come gli universi paralleli dipinti nelle tele di Salvador Dalì, se non fosse che tutto ciò che Saviano ci racconta è vero, documentato, vissuto, esplicitato talvolta alle masse attraverso qualche notiziario TV che non dà conto di tutti i sovraffollati retroscena dei delitti di affari. Leggendo queste pagine in cui è riassunta l’epopea nera dei boss che hanno dominato e dominano interi settori commerciali del nostro paese – con i più tentacolari agganci miliardari all’estero – ci si domanda com’è possibile riportare la normalità in un tessuto sociale che vive da sempre nell’illegalità e che dell’ illegalità stessa ha fatto la sua roccaforte inespugnabile. E lo Stato, dov’è? Questo non esiste nella vasta landa cementificata dei centri abitati intorno a Napoli. Lo Stato è la Camorra- ormai conosciuta da tutti come il Sistema- e la Camorra domina incontrastata da Scampia a Secondigliano, mettendo sotto contratto l’intero tessuto sociale: dai bambini alle donne,dai poveri operai che lavorano in nero negli scantinati ai bulletti che imitano gli eroi perversi di Tarantino. Anche la Croce Rossa deve sottostare alle perquisizioni, in un quartiere preda della camorra: non si sa mai, la vendetta indossa qualsiasi divisa. E ce ne sono di vendette in questo mondo, in cui si uccide solo per determinare nuovi percorsi di potere, un mondo in cui quasi tutto ciò che arriva e parte dal porto di Napoli (porto d’ Europa per la Cina) è controllato e smistato dal Sistema. E’ un mondo assurdo ma reale, “il sogno di dominio della camorra”, ma più che un sogno è l’incubo di qualsiasi governo. Oggi che la politica è ridotta alle tante facce insignificanti , talvolta preoccupanti, gli aspiranti all’amministrazione di queste terre farebbero bene a trovare un po’ di tempo per leggere questo libro. Scoprirebbero, se ancora non l’avessero capito , che i sistemi criminali dominanti da Secondigliano a Casal di Principe rappresentano quanto di più moderno la Campania ha prodotto negli ultimi decenni : lo sviluppo di una potente e diffusa economia criminale , che spazia nei mercati mondiali dell’era della globalizzazione e primeggia nei traffici di ogni tipo di merce. Armi e droga, abiti e alta tecnologia , alimentari e rifiuti tossici. La camorra è diventata leader tra i vincenti sistemi criminali attivi di tutto il mondo. Sono i clan criminali, oggi, i comitati di affari. La politica, i politici sono stati ridotti ai margini quando non sono collusi nei tanti comuni sciolti per infiltrazioni camorristiche. La camorra si è trasformata in un insieme di sistemi flessibili, imprese che investono capitali enormi in tutti i settori economici , danno lavoro precario e senza tutele , ma diffuso e continuo. Addirittura raccolgono il risparmio di lavoratori e pensionati, rendendoli partecipi, in quota ai loro affari. Naturalmente sono pronti a prestare danaro, a quanti non hanno la possibilità di ottenere mutui bancari. La camorra purtroppo però non è solo questo: dal 1975 al 2005 i morti per camorra sono stati 3600. Una guerra di cui Saviano ci racconta tutto, soprattutto il clima, i gesti e le facce.  Un romanzo ma soprattutto un’ analisi completa e profonda sui processi di trasformazione che hanno posto il sistema economico creato dalla criminalità campana all’avanguardia nei traffici del mondo globalizzato. Sono ormai decenni che i clan di Secondigliano e del Casertano hanno investito e fatto fruttare i loro capitali in tutto il mondo: dai paesi del crollato socialismo reale agli insediamenti turistici e alle imprese di ristorazione dalla Spagna alla Scozia, all’Australia; dalla Cina a Taiwan, fino agli Stati Uniti dove hanno conquistato la leadership nel mercato dei jeans. “Un’ inchiesta del 2004, coordinata dal pm Filippo Beatrice della DDA di Napoli – come si legge dal libro –  aveva portato a scoprire l’ intero impero economico della camorra napoletana. Tutto era partito da un dettaglio insolito, un boss di Secondigliano  era stato assunto in un negozio di abbigliamento in Germania”. Un evento insolito che portò le indagini a scoprire tutte le catene commerciali dei clan dai magazzini ai negozi di tutto il mondo. Le griffe della moda italiana cominciarono così a protestare contro il grande mercato del falso ma ciò significava rinunciare per sempre alla manodopera a basso costo, i contatti di vendita nei negozi si sarebbero compromessi e si sarebbero impennati i prezzi di distribuzione. I clan del resto non commettevano un crimine che andava a rovinare l’ immagine delle griffe, non storpiavano i modelli, non infangavano la loro qualità. Diffondevano il marchio, producendo però pantaloni e abiti falsi di taglie che le griffe , per questione d’immagine, non producono. La forza imprenditoriale del Sistema riuscì a capire da subito, che la capillare rete internazionale di punti vendita era il loro business più esclusivo, non secondario a quello della droga o ultimamente a quello della tecnologia. Una struttura orizzontale capace di alimentarsi di nuovi clan, di nuove strategie, gettandosi sui mercati d’ avanguardia.
Questo libro non è un romanzo, però non è neanche un saggio: è un grumo inestricabile di documentazione, rabbia, diario, narrazione e reportage. GOMORRA è, probabilmente, il primo libro che prova a raccontare da “dentro” il variegato mondo della camorra e dell’ economia soprattutto che le gira attorno.